Caro Gino, il tuo post permette alcune riflessioni.
Ed anche la mia risposta. Alla fine il mio commento diventa un mio post.
Dopo ogni barcamp quando leggo alcune esternazioni mi viene in mente sempre la stessa considerazione.
Credo che la parola italiana che meglio può significare il barcamp di origine americana, sia workshop. (please leggere mio commento come nota in calce).
Dopo un anno che ci diamo dentro con i barcamp, sono convinta che non riusciamo a vivere al meglio, in Italia, lo spirito reale di questa rara forma ‘fisica’ di rappresentazione della comunità online.
Ci proviamo, si ci proviamo, perché l’ho visto. E spesso ha funzionato.
Il barcamp è per la maggior parte improvvisazione, quasi un esperimento teatrale.
Non lo è per gli organizzatori che si adoperano molto per far si che le cose girino per il verso giusto e tutti si trovino a proprio agio.
Per tutti i partecipanti lo è.
Si siedono dove vogliono, decidono se vogliono partecipare o meno.
Ma decidono autonomamente.
Alcuni se ne vanno, alcuni restano, altri chiamano altri ed il gruppo aumenta.
Esattamente come avviene in rete, proprio come in twitter.
Qualcuno c’è perché lo vedi dai suoi twits altri spariscono per giorni, altri ci vivono.
Ieri dicevamo che forse barcamp è ‘Trovarsi tutti insieme per usare il computer’.
Se ricordi c’era un bancone sul quale si posavano una decina di pc.
Tutti voi concentrati a guardare i monitor e a scrivere di un evento che stavate vivendo, ma anche no. Come facevate a ‘vivere’ il barcamp se eravate mentalmente e ‘con le dita’ nella rete? :).
Beh si, con un orecchio ascoltavate la presentazione di Catepol proprio a due passi da voi.
Ecco questo è il barcamp. Punto. Essere singoli individui e comunità assieme.
Il barcamp è anche: impegno una giornata ad andare nella città x e partecipare, forse presentare.
E sicuramente conoscere qualcosa o qualcuno che prima non conoscevo.
Questo è forse il ‘rischio’ più grande, mettersi in gioco.
Quest’ultimo aspetto mi consente di rispondere ad un’altra tua perplessità.
E si aggancia alle mie interviste di ieri.
Io ed un altro gruppetto di blogger o meno, abbiamo supportato Gigi nella gestione della giornata, a me è stato chiesto di intervistare.
Preciso che non è il mio mestiere e non sono un animale da palcoscenico
.
Ma conoscevo tutti i miei interlocutori e mi sentivo a mio agio.
Mi pareva simpatico approfondire la discussione e forse perché no mettere un po’ di pepe nella domanda, giusto per non chiedere solo ‘chi sei e presentati’.
Verso fine giornata abbiamo parlato, con Andrea Buoso e Gigi di libri di storia e wikipedia, di identità digitale etc.
Argomenti che affrontiamo spesso nei blog e leggiamo in giro per le riviste specializzate.
In altri casi l’intervista è stata più un gioco, un gioco simpatico, per non prenderci troppo sul serio e comunque continuare a parlare, lo vedrete nello sketch di Dania, Felter e Stefigno, si parlano anteponendo ‘la chiocciolina’ esattamente come si fa in twitter.
Una idea di Dania, improvvisata al momento, era simpatico. l’abbiamo fatto. Punto.
Tu dici..Mancava forse il dibattito, questo mi fa pensare e si collega a tutto il fenomeno barcamp.
Da qui uno stimolo per te, per rifletterci…
Perché quando ti ho dato il microfono non hai preso la palla al balzo e non hai chiamato qualcuno per una conversazione improvvisata e allargata?.
Erano tutti a disposizione.
Potevi anche tu far domande a me, potevamo includerci a vicenda.
Non avevamo scalette. Ne regole da seguire.
Molti non vengono ai barcamp proprio per questo motivo, perché preferiscono la ‘passività’ delle conferenze convenzionali.
Si è più al ’sicuro’ dietro le quinte, nell’oscurità di una sedia di una sala da convegni, dove la maggior parte di interattività è prendere appunti.
Per chi c’era ieri, Ferdinando Azzariti (un personaggio che stimo moltissimo e lui lo sa) che ha partecipato ed ho conosciuto l’anno scorso al trainerscamp organizzato da me a Vicenza, non è un abitudinario dei barcamp, questo è il secondo in un anno per lui.
E’ venuto con il suo ‘modo di essere’ e rappresentarsi, lo riconoscerete nei video, indossa la giacca e la cravatta. ![]()
Ha presentato delle idee, ha preso appunti come lo vedo far sempre, mentre stava seduto ad ascoltare e poi si è ripresentato per dire la sua. Insieme a Daniele Pauletto.
Che sia solo un tema legato alla timidezza? Mah.
Le interviste di ieri non erano organizzate.
Avevo il compito di chiedere alle persone presenti di esprimere idee fatti concetti e/o semplicemente chiacchiericci.
Detto meglio, il palco delle sale da barcamp si sposta anche sulla sedia di un’intervista.
Io ho fatto delle domande, le ho improvvisate a seconda dell’interlocutore.
E’ vero, vi ho messo un po’ sotto torchio, potevo farvi parlare ore di voi.
Quella era l’occasione per dire la propria su qualsiasi cosa.
Non sarebbe stato male se tu avessi esternato le tue perplessità sul barcamp proprio in quella occasione, forse avrei preso la palla al balzo per chiamare altri li presenti che ci guardavano e continuare la discussione.
Per quello che riguarda me si poteva stare anche tutto il giorno in diretta e fare il barcamp da quelle sedie verdi. Mi stavo divertendo un casino.
Se leggete i post che si scrivono dopo aver partecipato al primo barcamp, noterete sempre questo aspetto. Tutti i si aspettano qualcosa di interattivo, poi però la discussione è animata sempre da pochi. E quindi si torna a casa dicendo ‘Pensavo fosse più dinamico’.
Forse quelli meno timidi, chi lo sa.
Il mio parere è che l’inclusione non è mai da una parte sola, è bidirezionale.
Forse c’è uno sforzo maggiore da una parte piuttosto che dall’altra, comunque sia, la comunicazione avviene quando si è in due.
Io includo te se tu includi me.
Fino a quando non riusciremo, in Italia, nelle nostre scuole ad insegnamento monodirezionale (l’insegnante guru che presenta e gli studenti abboccano come descritto ieri al Teacher’s day) e nelle nostre aziende, leader sono quelli che portano un’etichetta addosso e ai dipendenti si da poco spazio per dire la propria per tutti i fenomeni di ritorsione che conosciamo, lasciamo almeno che la rete sia bidirezionale. Ma proviamo ad animarla in questo senso. Ed usiamo le occasioni che abbiamo (i barcamp) in modo proattivo.
Che esistano tutte quelle diavolerie!
Dove io posso essere quella che sono, dove tu puoi esprimere te stesso come meglio credi, e che esistano i barcamp o se vogliamo chiamarli workshop, dove posso ‘diventare’ almeno per una giornata qualcosa di diverso e mettermi in gioco.
















Io devo semplicemente dirti grazie, come lo devo a Gigi, Antonio e Caterina, perchè mi hanno dato l’opportunità di mettermi in gioco.
Mi hai intervistato e per me è stata la prima volta ma come tu hai detto “bisogna saper stare al gioco” … anche a me la mattina sembrava “povera” ma in realtà gli interventi interessanti ci sono stati.
In definitiva è stata davvero una splendida giornata per una semplice ragione, che catepol sottolineava nel suo intervento, c’erano le persone che normalmente vediamo dietro a semplici nick
Buona giornata cara Nat … ehm! @formanova
vabbe’, il mio post diceva altro
colgo comunque l’occasione per ringraziarti pubblicamente e sinceramente per l’impegno che hai messo, sapendo che forse non stavi nemmeno bene. La parte organizzativa, e le interviste, sono andate benissimo!
Cara Natascia, sono totalmente d’accordo con te… come ho scritto sul mio blog, l’organizzazione del Twittercamp è stata inappuntabile, direi perfetta, è mancato lo spirito giusto dei partecipanti… è vero che durante un barcamp ciascuno è libero di muoversi come vuole, però è anche vero che la riuscita di un barcamp dipende soprattutto dagli stessi partecipanti, e se un piccolo contributo da parte di ciascuno non è richiesto è però atteso… purtroppo ieri alcuni hanno fatto gruppo a sé, bollando quasi subito il barcamp come ‘noioso’ e sono andati via, mancando completamente di quello spirito di partecipazione che invece è l’anima dei barcamp.
The end.
Ho quasi finito il mio post.

Passate poi che ci sono anche delle foto e un regalino per Natascia!
cara arrivata ora a potenza…senza forza per argomentare. Mi leggo tutti i vostri post stasera se ce la faccio. Ma mi riallaccio e scrivo la mia domani. Intanto un salutone è stato un vero piacere conoscerti di persona, te come tutti i presenti che non conoscevo se non per nick, blog, avatar e @ che precede il nome su Twitter. Ma quello che dicevo ieri è che non importa uqle tecnologia o quale tool…dietro ci siamo sempre e solo persone.
Ciao Formanova, abbiamo fatto due chiacchere ieri. Io ero uno di quelli che “rano sul bancone “concentrati a guardare i monitor e a scrivere di un evento che stavate vivendo, ma anche no. Come facevate a ‘vivere’ il barcamp se eravate mentalmente e ‘con le dita’ nella rete? :). ”
Premetto che era la prima volta che partecipavo ad un BarCamp ed ero soprattutto incuriosito sulla tipologia di incontro. Prima di leggere il tuo post ho scritto le mie impressioni, sia positive (http://luigimengato.blogspot.com/2008/04/barcamp-meeting-in-formato-open.html) che negative (http://luigimengato.blogspot.com/2008/04/barcamp-meeting-in-formato-open_20.html). Non mi dispiacerebbe un tuo/vostro parere.
.. a me è piaciuto. (punto) un vecchio detto dice “chi non c’è ha sempre torto ;-)”! Ciao Nat è sempre un piacere rivederti!
giusto una mia nota in calce per evitare altre discussioni.
Workshop non è una parola italiana. Il senso che intendo dare a questa mia affermazione è il seguente, quando parliamo di barcamp facciamo fatica a tradurlo in italiano e quindi forse a portarne anche la connotazione.
A mio parere, il barcamp americano non è il barcamp italiano, per contro il barcamp americano assomiglia molto di più al ‘workshop’ che intendiamo in Italia.
Boh, forse più confuso di prima visto l’orario.
notte.
Io sono stato benisssimo. Davvero. Ri-trovarvi è stata una gran cosa e ci siamo anche diverititi

Grazie di tutto.
Appena si potrà cenetta tranquilla , insieme
Stefigno, vuoi anche me o solo Dania e Formanova?

Grazie Formanova, per questo post riassuntivo e per l’intervista che ho condiviso con Ferdinando.
Nella presentazione di Ferdinando e Daniele credo di aver trovato qualcosa che può aiutare a fare evolvere un barcamp verso un workshop.
Ho deciso di andare al MateraCamp proprio per cercare di fare un intervento che proponga questa possibilità. Forse i tempi sono maturi e le persone sono pronte a capirlo.
Al momento un barcamp, come quello del 19 Aprile, si può considerare un incontro tra persone che condividono interessi per certi aspetti, o pratiche correnti, della “fruizione” dei servizi Web.
In un workshop le persone che partecipano assumono dei ruoli, si danno degli obiettivi e ne definiscono il campo di applicazione, formano gruppi di lavoro.
Quando Internet e il software dei Sistemi Aperti, che ne stavano per diffondere una disponibilità universale, non più limitata ai soli ambienti di ricerca o ai militari, catturarono l’attenzione delle aziende del settore ICT … si formarono tre Workshop regionali (Nord-America - Asia e Oceania - Europa).
Per alcuni anni quei Workshop studiarono e descrissero gli aspetti “tecnici” degli strumenti che, progressivamente, sono diventati quello che oggi chiamiamo Web 2.0.
Gli obiettivi principali da raggiungere erano la portabilità (tra sistemi diversi) e l’interoperabilità delle applicazioni e delle persone.
Per quel tipo di obiettivi era necessario che i produttori “collaborassero”.
Si fece strada l’idea che il tipo di collaborazione richiesta ai produttori non potesse essere pilotata da standard tecnici (approccio normativo o prescrittivo).
Si comprese che sarebbe entrato in scena l’utente e che il lavoro di standardizzazione tecnica avrebbe dovuto diventare “lavoro di processo”.
I governativi USA e alcuni Commissari Europei erano inclini a cercare almeno qualche strada agibile per introdurre i cambiamenti necessari a permettere questo tipo di evoluzione.
Prevalsero però gli interessi e il pragmatismo dei produttori (quelli più forti) e .. l’attività di quei Workshop finì.
Era inevitabile. Il cambiamento poteva avvenire solo “dal basso” ma .. le condizioni, la cultura e i mezzi per farlo avvenire non c’erano.
Forse adesso ci si può provare: se il nonno riesce a raccontare la sua storia e a farsi capire … forse ci siamo quasi. Forse potremmo perfino essere tra i primi a farlo succedere.
Chissà !?
Infatti Luigi secondo me è possibile. Ho sempre avuto questo approccio, se davanti a te non trovi una strada spianata, non significa che devi per forza ripercorrere quella di un altro, bisogna guardarsi intorno e trovare il modo di creare una strada nuova. Gli altri ci seguiranno. Mettiamoci al lavoro dunque.
Una bella cosa da dire … il “giorno della liberazione”
proprio quando c’è chi vorrebbe cancellarne la memoria ..
Una delle cose che proverei .. per mettersi al lavoro .. è una sessione “partecipativa” al MateraCamp; oggi ne parlerò con le organizzatrici ..
Magari loro hanno qualche idea migliore.
Vedremo.